Un villaggio al tempo di Carlo Magno

Sentieri di cioccolata

Martedì 14 Aprile 2015

Gli archeopark sono affascinanti perché in essi il passato si fa tangibile, le persone dei secoli passati tornano ad abitare la terra che calpestiamo e la storia non è più una rovina di pietre ma una vita quotidiana raccontata da uomini e donne in carne ed ossa. Gli archeopark, o archeodromi, sono nati nei paesi scandinavi per avvicinare anche i più piccoli alla storia e all’archeologia. Sono realtà costose e complesse da mantenere e questo articolo, come gli altri che dedico ad essi, vogliono essere un ringraziamento per coloro che ci regalano questa esperienza di vita nel passato.

Cosa è l’archeodromo
L’archeodromo di Poggibonsi ricostruisce la vita di un villaggio altomedievale realmente rinvenuto a Poggio Imperiale, una collina nei pressi della cittadina. Il progetto è iniziato nel 2014 ed ha tutti i presupposti per diventare una realtà unica nel suo genere. E’ stata costruita una long house, una casa padronale dell’epoca dei Franchi e degli eredi di Carlo Magno, ben prima dell’anno mille.
All’interno la casa è ricostruita nei dettagli: c’è la dispensa con le sementi sotterrate e il lardo appeso, c’è la cucina fumosa, ci sono i letti sul soppalco per il signore e le stuoie per i servi, ci sono le armi appese e pronte ad essere impugnate.

In particolari occasioni un nutrito gruppo di volontari ricostruisce l’intero villaggio con tutti i suoi personaggi: il signore del villaggio e la sua famiglia, i suoi servi, i cuochi, i contadini e gli artigiani e le loro famiglie. Nel villaggio si lavora, si cucina e si assaggia veramente il cibo di allora, si maneggiano le armi. C’è il prete, che benedice la salma di un defunto che poi viene sepolto poco lontano; ed ecco l’anima del morto uscire da una collinetta e raccontare la sua storia.
L’archeodromo è accessibile ogni giorno festivo e prefestivo, ma come detto in particolari occasioni si anima come un vero villaggio; conviene informarmi contattando direttamente gli organizzatori, oppure seguendo gli eventi sul sito dell’archeodromo o sul suo spazio facebook.

Come si arriva
Da Poggibonsi si seguono le indicazioni per la Fortezza di Poggio Imperiale, e qui si parcheggia.
Per arrivare alla collina del villaggio medievale si segue il perimetro delle mura della fortezza, un affascinante castello rinascimentale visitabile, voluto da Lorenzo il Magnifico; i lavori che circondano la fortezza (nella primavera 2015) preludono al prossimo percorso lungo le mura con ciclabili e giardini, meno di un chilometro di piacevole passeggiata che porta alla porta d’ingresso al cassero. Da qui, una breve stradina sterrata conduce alla collina, e subito l’odore dei focolari annuncia la vicinanza del villaggio.
Oltre al villaggio, anche esso in futura espansione, la collina appare come un ampio e piatto crinale con una bella vista sulla campagna senese; una parte del crinale è occupato dalle rovine della città medievale di Poggio Bonizio, una volta un fiorente centro crocevia di diverse direttrici della Francigena.

Storie dall’alto medioevo
Nel villaggio vive Razo: ha gli occhi azzurri ed è biondo, la sua pelle è chiara; è un cavaliere Franco, viene dalle terre del Nord, lungo il Reno, e discende dai guerrieri che aiutarono i Re Merovingi a conquistare la Gallia. E’ il dominus di questo villaggio, severo quanto generoso; le terre gli sono state donate dal suo re in cambio dei suoi servigi come cavaliere del suo esercito quando, con la bella stagione, è tempo di guerra.
Vive nella grande casa, accompagnato dai suoi servitori, alcuni franchi come lui, altri Italici, i lontani discendenti degli antichi romani, altri ancora Goti, barbari dell’Est, o Longobardi, barbari del Nord.
Il villaggio è circondato da fitte foreste popolate da lupi e orsi e le strade per accedervi, le antiche strade romane, sono ridotte a malandati sentieri; perciò il villaggio deve essere indipendente, qui si deve produrre tutto, dal cibo ai vestiti, dagli strumenti alle armi.
La grande casa di Razo oggi ci sembrerebbe invivibile: piena di fumo, con il pavimento in terra battuta e i muri freddi; buia, e male illuminabile, anche perché guai a esagerare con il fuoco, la casa diventerebbe un unico grande rogo.
Ogni tanto un prete si aggira per queste capanne ed ha un bel daffare a combattere le superstizioni, i riti pagani e le credenze ancestrali che una natura selvaggia sembra suggerire di continuo.
Eppure qui si cresce, e già una nuova generazione di bambini corre per questi campi.